
Quanto dura il lutto per un animale di famiglia? È una delle domande che, più spesso e con maggiore angoscia, mi viene rivolta da chi ha perso il proprio cane, il proprio gatto, o un altro animale con cui aveva costruito un legame profondo.
È una domanda legittima, che nasconde spesso preoccupazioni più grandi: “Sto reagendo in modo esagerato? “, “C’è qualcosa che non va in me, se dopo tutto questo tempo continuo a stare così male?”
Ne ho già parlato, in generale, in questo approfondimento sul lutto per la perdita di un animale di famiglia. Qui vorrei rispondere più nello specifico alla domanda sulla durata, partendo da ciò che dice la ricerca scientifica.
Prima di tutto, è necessario sgomberare il campo da un pregiudizio ancora molto diffuso: l’idea che il lutto per un animale sia un dolore “minore”, da ridimensionare in fretta per tornare alla normalità. Questa svalutazione sociale ha un nome preciso: “disenfranchised grief” o “lutto non riconosciuto”, un concetto introdotto da Kenneth Doka già negli anni ’80 per descrivere quei lutti che non vengono socialmente legittimati e che, per questo motivo, ci sentiamo in dovere di attraversare velocemente e in silenzio, per timore del giudizio altrui.
Eppure le evidenze scientifiche vanno in una direzione completamente diversa. Uno studio pubblicato lo scorso gennaio su PLOS One ha coinvolto quasi mille adulti nel Regno Unito. Dai risultati emerge che il 21% delle persone che avevano perso sia un animale sia una persona cara indicava proprio la morte del pet come il lutto più doloroso tra i due.
Per una persona su cinque, dunque, perdere il proprio animale fa più male che perdere una persona umana.
Non esiste una risposta univoca ed è difficile individuare scadenze precise (al contrario di ciò che pensa chi sostiene che “dopo un mese dovresti stare meglio” o, guardandoti con incredulità, ti chiede: “sono già passati due anni e ci pensi ancora?!”). Il lutto non segue un cronometro.
Sulla base della letteratura disponibile, sembra che la fase acuta del lutto per un animale si concentri tipicamente nei primi due mesi dalla perdita. Tuttavia, sintomi più lievi di tristezza possono comunque persistere per sei mesi o anche oltre, ripresentandosi con maggiore intensità in occasione delle ricorrenze più significative (ad esempio, la data del compleanno, il Natale o l’anniversario della morte).
Generalmente, più passano gli anni, più il dolore tende naturalmente ad attenuarsi. Si tratta di un processo di adattamento emotivo, fisiologico e atteso.
La durata del lutto dipende da molte variabili: non conta solo “quanto tempo è passato”, ma soprattutto come è stata vissuta la perdita.
In un altro articolo, ad esempio, ho scritto di come la ruminazione e il senso di colpa siano tra i principali meccanismi che rallentano l’elaborazione del lutto. Questi meccanismi trasformano un dolore fisiologico e transitorio in una sofferenza che si cristallizza e si prolunga nel tempo. Chi rimane intrappolato nel “se solo avessi fatto diversamente” e nel tentativo instancabile di trovare un colpevole – spesso se stesso – rischia di restare bloccato in un lutto che non evolve. Un lutto che non si trasforma gradualmente in un legame immateriale, ma resta una ferita aperta.
Altri fattori da considerare riguardano alcune caratteristiche personali, quali l’età, il genere, le credenze religiose e spirituali e, come è facile intuire, la qualità della relazione con l’animale. Sappiamo, inoltre, che le morti improvvise e inattese, soprattutto se traumatiche, sono più difficili da elaborare.
E l’eutanasia? Su questo punto, uno studio recente, pubblicato sul Journal of Veterinary Behavior, offre risultati interessanti e, per certi versi, controintuitivi. I proprietari di animali sottoposti a eutanasia riportano infatti livelli di colpa più bassi ma livelli di cordoglio più intensi, rispetto a chi ha perso il proprio animale per morte naturale. Essere stati coinvolti attivamente nella decisione, essersi sentiti sostenuti dall’équipe veterinaria e aver potuto salutare l’animale: tutto questo sembra ridurre il senso di colpa. Non riduce però l’intensità del dolore, che resta comunque proporzionale alla profondità del legame.
Per una minoranza di persone, il lutto non segue il suo corso naturale, ma si irrigidisce in un quadro clinicamente significativo, oggi riconosciuto nei manuali diagnostici internazionali come Disturbo da Lutto Prolungato (“Prolonged Grief Disorder”, incluso sia nell’ICD-11 sia nel DSM-5-TR).
La diagnosi richiede la presenza di due sintomi “core”:
A questi si aggiungono altri sintomi “associati”, come un dolore emotivo intenso, sentimenti di colpa o rabbia, difficoltà ad accettare la morte, e sensazioni di intorpidimento emotivo o irrealtà.
Perché si possa parlare di disturbo, questi sintomi devono essere presenti quasi ogni giorno, causare una compromissione significativa nella vita quotidiana, sociale o lavorativa, e persistere per un periodo prolungato: il DSM-5-TR richiede che siano trascorsi almeno 12 mesi dalla morte. È proprio a partire da questa soglia temporale che, clinicamente, si può iniziare a distinguere un lutto fisiologico, per quanto doloroso, da un lutto che richiede un intervento specialistico.
I manuali diagnostici riconoscono il Disturbo da Lutto Prolungato solo in seguito alla morte di una persona, escludendo la perdita di un animale.
Lo studio pubblicato su PLOS One ha messo in discussione proprio questa esclusione, con dati piuttosto convincenti. Il tasso di lutto prolungato clinicamente significativo dopo la morte di un pet è risultato del 7,5%. Un dato paragonabile ai tassi osservati per la morte di un amico stretto (7,8%), di un familiare come nonni, zii o cugini (8,3%), e persino di un fratello (8,9%). Perdere un animale aumenta inoltre del 27% la probabilità di sviluppare un lutto prolungato, un valore paragonabile a quello della morte di un genitore (31%).
Lo stesso studio ha verificato anche un altro aspetto: i sintomi del lutto prolungato, quando si manifestano dopo la morte di un pet, non sono diversi, nella loro struttura psicologica, da quelli che seguono la morte di una persona cara.
L’autore dello studio conclude che escludere la perdita di un animale dai criteri diagnostici del Disturbo da Lutto Prolungato non è solo scientificamente discutibile, ma rischia di essere anche una forma di svalutazione del dolore delle persone. In altre parole: se soffri, la tua sofferenza è reale e psicologicamente identica a quella di qualsiasi altro lutto significativo.
Questo non significa che chiunque soffra a lungo per la perdita del proprio animale abbia un disturbo: come abbiamo visto, non è solo quanto dura il lutto per un animale a definire un Lutto Prolungato, ma una sintomatologia ben definita. Se però ti accorgi che il dolore non si trasforma nel tempo — se resta identico a distanza di mesi o anni, se interferisce in modo significativo con il lavoro, le relazioni, la quotidianità — vale la pena chiedere aiuto, senza vergogna e senza sminuire ciò che stai vivendo.
Non è possibile rispondere con precisione alla domanda “quanto dura il lutto per un animale?”, ma esistono segnali a cui prestare attenzione al di là delle diagnosi.
Se ti senti bloccato in pensieri ricorrenti sulle circostanze della morte del tuo pet, se ti sembra che la vita senza di lui abbia perso significato, se il senso di colpa non si attenua, se percepisci che il tempo passa ma il dolore non cambia e ti impedisce di tornare a vivere pienamente, questi sono indicatori che il lutto potrebbe essersi incastrato in un circolo che da solo fa fatica a sciogliere.
La Terapia Breve Strategica e tecniche quali l’EMDR e la Flash Technique offrono strumenti concreti ed efficaci per interrompere questi meccanismi disfunzionali, così che il lutto possa evolvere verso un nuovo equilibrio. Non si tratta di “velocizzare” il decorso del lutto, ma di affrontarlo con modalità che ne agevolino la naturale evoluzione fisiologica.
Se senti il bisogno di un aiuto professionale per affrontare il lutto per la perdita del tuo animale, contattami: insieme troveremo la strada più adatta a te per affrontare questa perdita dolorosa, senza fretta ma senza restarne prigioniero. Se invece vuoi conoscere più a fondo le caratteristiche di questo tipo di lutto, oltre alla sua durata, trovi alcuni approfondimenti negli articoli del blog.